giovedì 9 febbraio 2012

NORDEST: CAPANNONI POP-UP


WAVE 2011_workshop di architettura di Venezia

“Un blocco di cemento di 1.070 metri cubi: è questa la “dote” portata alla provincia di Vicenza, una delle più industrializzate d’Italia, da ogni abitante in più degli anni Novanta. Crescita demografica: più 52 mila abitanti, pari al 3%. Crescita edilizia: più 56 milioni di metri cubi, pari a un capannone largo dieci metri, alto dieci e lungo 560 chilometri. (...) ...per ogni vicentino in più arrivato nel decennio sono stato tirati su 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Pari a un capannone dieci per dieci lungo 37 metri. Può essere questo lo sviluppo di domani?”
(Gian Antonio Stella, “Allarme, il Veneto scoppierà. Di capannoni”, il Corriere della sera del 18 settembre 2004)

Il Nord Est non sarebbe tale senza il magma di capannoni che tra gli anni ottanta e novanta hanno occupato il territorio, favorendo una crescita economica senza pari.
Il Capannone è divenuto in breve tempo il TEMPIO del capitalismo molecolare.
Ma cosa sono i capannoni? Una nuova tipologia? Una nuova forma urbana? Un nuovo paesaggio?
Oggi dopo i rapidi processi di globalizzazione e delocalizzazione, con la crisi mondiale del 2008 la maggior parte di questo patrimonio è abbandonato.
Cosa fare di questi scheletri inutilizzati tenuti in vita solo come immobilizzazione di capitali a garanzia fi nanziaria delle imprese?
A partire dal caso dell’ex Elba a Bassano del Grappa, il workshop cerca di sviluppare, attraverso dispositivi POP-UP, una strategia per ripensare quel grande capannone dieci per dieci e lungo 560 chilometri che si attorciglia dentro il Nord Est.

INCROCI DI SPECIE

WLW_02 Peccioli 2010
WASTE LANDSCAPE WORKSHOP





Il secondo workshop WLW _02/10 ha lavorato intorno all’idea di un parco di nuova concezione dedicato agli animali.
Il tema generale è quello del rapporto tra mondo umano e mondo animale, declinato all’interno di un atteggiamento progettuale attento al paesaggio come occasione per ripensare e superare le risposte esclusivamente funzionali.
Il PETpark si compone di un parco fluviale e un parco pioppeto che avvolgono gli spazi di incontro tra uomo  e animale. I servizi e le strutture di accoglienza e ospitalità per gli animali sono collocati in uno scavo ricavato da un riempimento di terra.

Questa sezione topografica definisce una cavità, che come una grande cuccia incisa nel paesaggio, raccoglie le tensioni tra forze diverse: da un lato gli edifici che vengono fuori dalla terra generando spazi vuoti all’aperto, dall’altro le linee circolari dei ricoveri per gli animali che seguono un principio insediativo diverso.
Il luogo di incontro tra queste forze ed energie è costituito da un oggetto fuori scala che non appartiene né all’uno né all’altro mondo: una grande copertura, che si staglia a distanza nel paesaggio per simboleggiare il luogo di questo incontro.
Si tratta di un elemento molto semplice che trova la sua forza nel tenere insieme il carattere rappresentativo e le ragioni funzionali: nuovo Landmark e macchina per attutire l’impatto acustico e produrre l’energia elettrica necessaria per alimentare l’intero complesso.

sabato 4 febbraio 2012

Architettura relazionale


Un piccolo padiglione diventa luogo d'incontro per rileggere con i cittadini i progetti di ricostruzione a Giampilieri dopo l'alluvione del primo ottobre 2009.


                         


Il contesto sociale attuale limita le possibilità di relazioni interpersonali quanto più crea spazi a ciò deputati, l'architettura dovrebbe generare spazi di relazioni umane che, pur inserendosi apertamente nel sistema globale suggeriscano altre possibilità di scambio rispetto a quelle in vigore nel sistema stesso.
Il piccolo padiglione temporaneo di Giampilieri rinserra lo spazio delle relazioni utilizzando le forme del progetto di architettura ( modello e disegno) per stimolare e attivare reazioni e risposte tra le persone coinvolte.
Un'architettura temporanea è il luogo privilegiato in cui si instaurano delle collettività istantanee rette da principi diversi. 
In relazione al grado di partecipazione degli abitanti, alla natura dei progetti e ai modelli di partecipazione sociale proposti o rappresentati, un'architettura genererà un particolare ambito di scambi. 

L'architettura è uno stato d'incontro.

Un padiglione costruito in poche ore trasforma le celebrazioni del primo anniversario dall'alluvione in un'occasione per ripensare criticamente gli scenari futuri.
Lungo le pareti e nel soffitto pannelli in pvc raccontano i momenti di definizione collettiva del progetto, le economie necessarie e quelle messe a disposizione dalle istituzioni nazionali e regionali.  


venerdì 3 febbraio 2012

Repairing Cities


Nelle città occidentali riparare un oggetto, specialmente elettronico, è un impresa impossibile, invece al Cairo la cultura della riparazione è molto diffusa. Alcuni quartieri sono interamente occupati da mercati di pezzi usati e da riparatori che aggiustano dalle auto ai telefonini. La riparazione costituisce una microeconomia che trasforma lo spazio urbano divenendo una solida forma inerziale di resistenza alle trasformazioni dell'economia globalizzata. La cultura della riparazione si oppone al consumo della città e si configura come una pratica continua collettiva in cui la sopravvivenza assurge a valore etico. Come questa cultura, con uno spostamento trasversale, può aprire nuove prospettive di innovazione fuori dai luoghi comuni del vecchio e del nuovo, del passato e del presente, della cultura alta e di quella popolate, della spontaneità e della coscienza, del contesto e dell'autonomia?

Metabolismi: abitare lo spazio pubblico del capannone


Festival delle Città Impresa_IV Edizione
II Workshop di progettazione












VILLANOVA DI CAMPOSAMPIERO
Il progetto assume pragmaticamente la previsione di riutilizzare la volumetria del capannone esistente come occasione per ripensare le relazioni tra residenza e spazio pubblico.
Le nuove abitazioni occupano gli spazi liberi dentro il lotto (i piazzali di pertinenza) sviluppandosi sui bordi delle strade perimetrali. Sottraendo le partizioni secondarie (pareti e manto di copertura) vengono riportate alla luce le ossature del capannone che diventano supporto per configurazioni variabili di spazi ad uso pubblico. La rimozione di buona parte della pavimentazione industriale permette di riconquistare suolo vegetale per giardini, orti e serre. Una croce di strade connette lo spazio pubblico interno sia con il sistema delle piazze compreso tra le due chiese e il municipio che con un corso d’acqua a nord.
Gli alloggi offrono soluzioni abitative variegate che vanno dal co-housing alla casa monofamiliare con tetto-giardino.
Una nuova forma di densità si compone con una re-interpretazione dell’autonomia e della privacy attraverso un sistema di patii e tetti giardino.
Il progetto, configurando un isolato anomalo che si struttura attorno ad un vuoto attrezzato aperto alla città esistente, suggerisce un possibile processo di metabolizzazione dei capannoni abbandonati attraverso operazioni semplici di smontaggio/innesto e l’offerta di nuovi modi di abitare come motore economico delle trasformazioni.


Tutor
Marco Navarra_NOWA
Partecipanti
Raffaello Buccheri
Alessandro Danese
Stefano Privitera
Paola Silvestrini
Andrea Vivera


Collaudare lo spazio






Il teatro coppola sperimenta nuove configurazioni spaziali in occasione del concerto dei Decibel (gruppo australiano coordinato da Cat Hope).
Il teatro, luogo speciale di incontro tra culture lontane e vicine, si offre come laboratorio attraverso il quale ripensare la nozione di “bene comune”. In questo processo di riappropriazione dello spazio sono coinvolti protagonisti diversi che pongono la questione dello straniero come condizione contemporanea di vita. La con-di-visione culturale di ognuno dei partecipanti si traduce in nuovi scenari per un’architettura che rinnovi le sue forme e i suoi strumenti, e che ridefinisca gli spazi pubblici e i servizi collettivi.
La sperimentazione architettonica, dunque, si confronta con la sperimentazione musicale generando forme ibride tra spazi costruiti e materia effimera.
Una moltiplicazione di superfici di nylon seziona la platea in diversi settori, costruendo molteplici relazioni (tra lo spettatore e l’artista, e tra gli stessi spettatori), attraversamenti, percezioni spaziali.

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ABITARE STRANIERO/01.MAZARA DEL VALLO

XI Biennale di Architettura di Venezia






“La particella elementare dell’identità non la concepiamo più entro lo stesso, ma nel gioco delle differenze, scoprendo con stupore che le nostre identità giocano il gioco delle differenze, tanto almeno quanto riposano sull’immanenza dell’identico. In questa nuova regione del mondo le differenze non contrappongono, raccordano.” (Éduard Glissant)

lunedì 30 gennaio 2012

Addomesticare la tecnica

Il collasso è in grado di porre l’obiettivo della messa in sicurezza, in modo da declinarla con la scoperta di altri modi per rigenerare parti di città o di paesaggio, cogliendo l’occasione per farle appartenere con più forza alla contemporaneità?

Una briglia selettiva e un canale fugatore diventano terreno di sperimentazione attiva e laboratorio di sviluppo futuro sostenibile della città; un nuovo collegamento urbano in quota e la ricerca costante di rendere gli spazi della tecnica nuove forme di abitare il territorio.
AD






sabato 21 gennaio 2012

Photo Campus TERRE FRAGILI: Intro



Quattro fotografi, in 7 giorni, scendono in campo alla ricerca delle tracce del disastro. I loro lavori saranno pubblicati, a intervalli di una settimana, su architettura|a|bassa|definizione.



Il rapporto tra fotografia e tempo rimette in campo la questione delle emergenze come salto e rottura del tempo lineare della quotidianità. La fotografia coglie l’urgenza di una nuova condizione, che emerge, non prevista, non calcolata. la fotografia è una precipitazione e una contrazione del tempo, un ripiegamento, che permette di leggere l’intreccio tra i segni del passato e le indicazioni per il futuro.

Di fronte alla fragilità della terra la fotografia racconta, attraverso una raccolta di tracce e indizi, la crisi di questi territori dopo la dismissione delle attività produttive e il loro abbandono. Il trauma e l’emergenza accelerano tutto quello che è già in moto, che diventa più urgente. Se c’è una crisi diventa più urgente, se c’è (come nel caso del Belice) un movimento verso il cambiamento, il tempo diventa più debole.

C’è un momento di rottura preciso che è l’evento, che stabilisce un prima e un dopo. E poi succede qualcosa di inaspettato e lì è come se non solo precipitasse la montagna, ma anche si accelerasse tutto. Da un certo punto di vista è come se si fermasse, perché nel momento dell’emergenza è come se tutto fosse un po’ congelato. In queste situazioni subito dopo l’evento traumatico la memoria si fa collettiva. Certi episodi entrano talmente nel racconto quotidiano delle persone che anche chi non l’ha vissuto da vicino crede di avere vissute da vicino. Ci sono delle cose che entrano quasi nel mito, che devono essere assunte come inspiegabili, come fossero il retaggio di una cultura antica, che aveva bisogno di qualcosa di sovrannaturale.

Attraversando certi paesaggi colpiti da eventi disastrosi da una certa altezza o una certa posizione, i segni del trauma sul territorio assumono una scala diversa. Non è come esserci dentro. Mano a mano che ti allontani questi segni sono assorbiti dal paesaggio, riassumono una certa naturalità. Ma questa impressione potrebbe derivare da una visione ingannevole che porta a dubitare delle immagini che possiamo fissare con la macchina.La fotografia con la sua visione parziale e selettiva non può mostrare una visione assoluta del paesaggio, e quindi a una certa scala riassorbe i segni del trauma perché li nasconde entro i suoi limiti.

È anche vero però che la fotografia in quanto piega del tempo nell’attimo bloccato dallo scatto in questa fessura di eternità ci mostra i particolari dell’oggi in una scala temporale assolutamente diversa che, misurandosi con la lunga durata, ci fa scoprire i movimenti della natura. 

Ci si rende conto dunque che l'occhio indagatore della fotografia può porsi come statuto necessario alla comprensione degli indizi, sottili e invisibili, celati nelle pieghe di un territorio consumato dal disastro. Nasce dunque la necessità di istituire una campagna di ricerca, che, mettendo assieme tutti questi indizi residuali, fornisca una chiave interpretatitiva delle questioni che caratterizzano uno di questi paesaggi stanchi: la città lineare (e il territorio limtrofo) che va da Messina a Capo Alì, colpita dagli eventi dell' 1 ottobre 2009.




Laura Cantarella



























Andrea Botto




Peppe Maisto





Filippo Romano






venerdì 13 gennaio 2012

Collapse city

l'architettura della città nell'epoca dei disastri


La diffusione e l’accentuazione della percezione del disastro negli ultimi decenni ha alimentato l’insicurezza e la paura collettiva favorendo lo sviluppo di retoriche tecniciste che utilizzano l’ingegneria come soluzione lineare ai problemi.
Al di sopra di una certa soglia di velocità e di occupazione dell’informazione un disastro assume una tale rilevanza sociale e culturale che costringe i saperi tecnici e le economie a riorganizzarsi esclusivamente all’interno della sua logica.
Alla paura collettiva scatenata dai mass media si risponde con la promessa di una sicurezza totale che viene garantita dalla retorica della Tecnica.
L’ingegneria, utilizzando una logica selettiva e lineare, si definisce come strumento normalizzatore che separa e distrugge la possibilità di ricostruire una comunità. In questo modo viene cancellata l’idea che la città possa reagire al trauma riorganizzando le forme e il senso della comunità e viene annientata l’idea che la crisi possa favorire la scoperta di altri modi di abitare le forme assunte dai paesaggi e dalla città dopo l’evento traumatico. La messa in scena della sicurezza comporta la mobilitazione di ingenti capitali e un dispendio incontrollato di risorse che vengono sottratte all’uso comune. 
Lo stato di eccezione conseguente al collasso costituisce la modalità con cui viene costruita la città contemporanea: sospensione dei processi democratici, militarizzazione delle comunità, occupazione e controllo del territorio attraverso il posizionamento di imponenti opere di ingegneria.
Le condizioni limite che spesso portano al collasso impongono l’articolazione di una serie di domande per ripensare uno spazio da riconquistare per l’architettura.